
Sono un po' fata e un po' strega.
Volo sulla mia bici magica
e lavoro in una redazione che pullula
di strani soggetti. A casa ho
due gatti, un poppante
di nove mesi e
Pik di tre anni tondi.
Fino a prova contraria ho
anche un marito, Darrin, e due
grandi passioni: il cinema
e GianniC. Mi chiamo B.
B Stevens.
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utente anonimo in CACCIA ALLE FARFALLE
lamorachevola in QUESTO PAZZO PAZZO L...
sempervivumdue in BUONA FESTA DELLE MA...
sempervivumdue in CACCIA ALLE FARFALLE
sempervivumdue in TRE SPALLE ALL’IMP...
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altea e felice
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Il lessico familiare di casa Stevens annovera parole come
fulanchiolo, buriddu, stillo, canocchio e percoliche. Da oggi
anche la parola fiùgscionmen è entrata nell’uso corrente.
“Pik, cosa vuol dire?”
“Fiùgscionmen è uno che ha le ali e il reattore e si lancia
facendo un volo con piroetta, mamma”
“Wow, Pik, interessante! Darrin, hai sentito? Il bambino ha
inventato un altro dei suoi bizzarri vocaboli”
Darrin la guarda come se fosse venuta giù dalla Luna.
“B, Fusion-man era un pilota militare che con due ali alla
Icaro è riuscito a volteggiare in cielo diversi minuti, grazie ai
due reattori che si era montato sotto l’ascella. Un acrobata
del cielo. Ma come fai a non sapere certe cose? E sì che
sei giornalista … Pik, vieni, dai, lanciamoci dal divano,
fiuuuuuuuuuugscionmeeeeeeeeeen!”
Ma chi è, questo qua? Era meglio l’uomo Ragno.
“Piacere, sono Marta Belloni. Dove lavori?”
“Sono giornalista per la redazione Xxx. E tu?”
“Sto da Ai En Gi, prima ero in Jei Pi Ei Em”
Capisco, oh yeah.
Ci sono persone che di fronte alla paura si confidano,
cercano appoggio e conforto. Altre che ammutoliscono,
scappano e rimuovono. Il papà di B, tipico pesci, è del
secondo tipo: un colpo di pinna e via, parte da solo.
B ha scoperto per puro caso che stamane aveva una
scintigrafia al cuore: esame- routine, semplice controllo,
ma dopo coronografie ed angioplastiche varie .. perché
non dirlo? Se è per non pensarci, vada pure. Ma se è
per non far preoccupare, l’effetto che si ottiene è
l’esatto opposto.
Questo pomeriggio, ad aspettarlo fuori dall’ospedale,
c’erano sull’attenti B, lo zio nobile e Livia-scarpe-a-punta.
Quando li ha visti, il papà di B ha fatto il suo solito mezzo
sorriso e ha portato la mano alla coppola, in un gesto di
saluto che diceva pfiuff, è andata bene: Non sembrava
stupito fossero tutti e tre in fila lì, “per combinazione”.
“I volti più belli sono quelli che sorridono con gli occhi”
Ecco, Expecting è così. Incanta con lo sguardo, oltre che
con le parole e coi racconti dei suoi viaggi. A volte far carte
quarantotto per uscire allo scoperto, scansar di mezzo il
monitor e incontrarsi dal vivo “ha i suoi perché”.
Di solito, quando B arriva in ufficio alle 9 del mattino,
è cunsciàda da sbatter via. Plasmon spiaccicati sulla
maglietta, capelli arruffati dal poppante, pelami di gatto,
palpebre mosce per il sonno e pantaloni senza piega
perché da circa due ore stanno in pista, tra sonagli
e mattoni di lego.
Oggi, invece, B era in perfetta mìse: maglietta pulita,
chioma in ordine, calzoni appena stirati, nessun pelo,
palpebre pesanti ma quasi decorose: avendo il turno
dell’alba era schizzata fuori alle ore 6.49 - un minuto
prima che si svegliassero le cinque belve di casa
(tre uomini e due gatti).
E’ il lavoro, il vero riposo.
Sono circa undici mesi che B non esce di casa la sera,
se si escludono un paio di cene, una festa e i cinema del
lunedì con il marito. Vergognoso, ma è così. Undici mesi
che B non va a farsi una nuotata o si vede con un’amica
in pausa pranzo - perché la pausa pranzo non ce l’ha,
fino al 12 giugno. Undici mesi, l’età del poppante.
“Perché non esci, qualche volta?”, domanda Darrin, che
nel frattempo invece ha continuato a vedere regolarmente
i suoi amici, a sbevazzare birra, a fare quattro chiacchiere
sotto le stelle, a seguire i corsi di montaggio, ad andare a
qualche festa. E che tra due week end se ne parte per
due giorni in Olanda, tanto per gradire.
Come spiegare, a lui e anche a me stessa?
C’è la stanchezza. C’è la pigrizia. C’è la routine.
C’è il piacere di dedicarsi ai piccoli fino a che non
chiudono gli occhi alla sera, quando non si deve
lavorare. C’è una dedizione magica e assoluta
che a volte schiaccia tutti gli altri desideri,
nella dimensione di mamma.
C’è un compiacimento, per quanto assurdo, nel credersi
essenziali ed insostituibili.
C’è, anche, un irragionevole senso di colpa, che prende.
Perché il tempo che si dedica ai figli sembra sempre poco
in confronto a quello che ogni donna / mamma, persa nel
proprio latente quasi-perfezionismo, vorrebbe dare.
C’è, infine, la disabitudine a parlare, perché il tempo libero
per farlo non abbonda più. E allora ci si assuefà ai ritagli - un
caffè, una mail, un incontro al volo. Rimangono le occasioni
speciali - un compleanno, una nascita, un matrimonio, una
vacanza. Resta qualche ora nel week end.
Ma nella ritualità di ogni giorno diventa quasi più riposante
scrivere un post o leggere blog di “sconosciuti”, che uscire
nella notte ad incontrare un vecchio amico.
E poi, un ultimo punto.
E’ che a me è sempre piaciuto “fare cose”, piuttosto
che “vedere gente”. Un cinema, un evento al parco, una
caccia al tesoro, un convegno, una lezione su chissachè.
Ora: sarà che non ho più il tempo di spulciare sui giornali,
sarà che gli amici non propongono spesso come prima o
sarà che le mie priorità, ora, non lasciano molto spazio a
quel che è “altro” (da famiglia, lavoro... ) – ma di cose
interessanti da fare, in giro, non ne capitano molte.
E forse, invece, basterebbe uscire allo scoperto, per poterle
riconoscere. Basterebbe "rincorrerle ed acchiapparle", come
dice Darrin. In fondo prima lo facevo. Prendevo fiato e volavo
fuori casa, in mezzo agli odori e all’avventura della notte, in
cerca di occasioni.
Dedicato a Lisa e Piattinicinesi.
Un mistero fitto si annida tra le pareti del comune
meneghino. Le operatrici del call centre sanno, ma
tacciono omertose. Le maestre, interrogate, sono
reticenti. E i bidelli delle scuole si fingono muti.
Eppure B ci ha provato, a sviscerare il cupo intrigo:
ad inizio aprile sono uscite le graduatorie provvisorie
per l’accettazione alle scuole materne comunali. Il 5
di maggio avrebbero dovuto essere affisse quelle
definitive - invece niente, di loro niuna traccia.
Sparite.
“Che fine hanno fatto le graduatorie definitive?”
“Scomparse. nebulizzate. niet. zut”
“Ma … scusi. Com’è possibile?”
“E chi lo sa”
“Se non lo sa lei, chi …”
“Sono apparse brevemente sul mio tavolo. Ora
non ci sono più. I superiori dicono che non sono
ancora pubblicate a causa di alcuni problemi”
“E quali?”
“Problemi ...tecnici”
“Capisco. In ogni caso queste graduatorie definitive,
quando usciranno, saranno uguali a quelle provvisorie”
“E cosa glielo fa pensare?”
“Beh.. le famiglie non hanno fornito elementi aggiuntivi,
da quando sono uscite le altre, in aprile. Non vedo come
potrebbero essere diverse”
“Se lo dice lei”
“Ma io non dico niente, chiedo! E vorrei risposte sensate!”
“Sciùra Stevens, come la fa lunga. Lei vada a prendersi un
gelato e stia tranquilla. Prima o poi le rivedremo, queste
benedette graduatorie”
Le mamme, ferme ai blocchi di partenza, intasano i numeri
verdi del comune, chiamando almeno due volte al giorno. Dal
momento in cui le misteriose graduatorie verranno pubblicate,
avranno dieci giorni di tempo per confermare il posto loro
assegnato. Altrimenti il diritto acquisito decadrà.
Probabilmente, in un tetro sotterraneo sotto i nostri piedi, un
lugubre mercato nero si sta svolgendo all’insaputa di B e delle
altre poverette. Chissà quanto vale un posto nell’asilo di via
Crivelli? E uno in via Tadino? In via Botta?
“Non c’eri, alla festa ad Assisi…”
“Perché non ti fai mai sentire?”
“Hai fatto colpo, l’altra sera”
“Io sono qui…”
B e Luca, umbro, faccia sofferta da latin lover,
cominciarono alla redazione Xxx lo stesso giorno,
otto anni fa. Ai due venne assegnato un numero di
telefono aziendale che differiva solo per il finale: 6
i
Luca non ha mai cambiato numero, da allora -
anche se adesso lavora in un quotidiano differente.
Quando a B arrivano strani messaggi, subito pensa
a lui: probabilmente, quando vuole cassare qualche
fanciulla, fornisce il numero di B invece del proprio.
Così depista, suggerisce e fa capire, senza
dover spiegare chiaramente.
Luca continua a negare, dice che è un caso,
che la gente è svampita: ma a B pare lampante.
Altea e Felice, lui attore lei ballerina, hanno passato
diversi mesi in tourné, convivendo 24 ore su 24 con le
troupe dei rispettivi spettacoli. Amicizia e baldoria ma
anche gelosie, rancori, ripicche, equivoci e vendette
in camerino.
Ieri sono ritornati a Milano ed hanno voluto incontrare
subito gli Stevens.
“Che bello vedervi.... vedere delle persone normali”,
hanno detto in coro il ficko e la ballerina con gambe
da gazzella.
Darrin e B si sono guardati. Essere definiti “normali”,
a loro, non piace mica tanto. Inizieranno a fare cose
pazze, d’ora in poi.
“Darrin, hai notato che ultimamente non litighiamo più?”
“Non ne abbiamo il tempo”.
“Caspita, che bici attrezzata hai. Persino lo specchietto
retrovisore!”
Quello serve per vedere le facce del poppante quando
lo porto in giro.
Pik, da quando è nato, accetta in tempi ragionevoli
i “no” – ma non ubbidisce prontamente ai comandi.
Se B gli ordina in modo diretto una semplice cosa,
tipo “Pik metti subito in ordine i giochi”, lui tergiversa
e temporeggia – mai che ubbidisca in fretta. Allora B,
ai minimi storici di autostima ed autorevolezza, viene
risucchiata dal gorgo della contrattazione (“se metti
a posto prima del Tre, a tavola avrai diritto ad una
pagnotta in più. Uno, due e… e… t… tr…”)
Talvolta, invece, B agisce d’astuzia, disorientando
il nemico, ed esclama: “Pik, NO: non-non sistemare
i giochi”. Il figlio ci pensa su, e dopo poco rassetta.
L’educazione dei figli è una faccenda complicata,
bisogna avere nervi saldi.
Per tutto il giorno, i giardini sono il regno del baratto.
“mi presti la paletta?” “se tu mi dai quel pallone, io ti
offro un camion” “prendo la macchinina e ti regalo la
mia moto” “scambiamo quei mostri?”. Il passaggio
di mano in mano non dà tregua. Fino alle 18.56.
Poi entrano in azione le madri, che scattano in piedi
alla ricerca del gioco perduto. “Dov’è il pallone di mio
figlio?” “e il camion?” “il mostro??” “la macchina???”
Dopo alcuni minuti di pura follia, mamme e bimbi
si muovono verso casa, carichi come zingari.
Il giorno dopo la storia si ripete.
L’amica CC ha sempre definito i bambini “bestie casiniste, Oggi, alla Mangiagalli, l’amica CC stringeva un fagotto nato “Beh?”
difficilmente sopportabili per più di un’ora al giorno”. Fino a
nove mesi fa diceva di non volerne affatto -“ma sai com’è,
Arturo insiste…”.
da poche ore. Aveva un sorriso ebete che B, in vent’ anni di
costante frequentazione, non le aveva mai visto addosso.
“Beh.. mi sembra bellissimo, da quando è uscito non riesco
a staccarmi da lui”, ha detto. Folgorata sulla via di Damasco,
come tutte le donne in sala parto.
Tanti auguri a tutte le “mamme -e -poi” del mondo.
Auguri alla mamma di Tommaso, che dopo tre anni
di figli non stop è volata per un week end di riposo
e follie a Copenhagen, con amici.
Auguri a Claudia, che è in ospedale a partorire,
a Daniela, che è alle prese con rigurgiti, pannolini
e notti insonni, e a Zino, che si è sposata da poco
tra i limoni di Sicilia ed ha un pancione grande
come un aerostato.
Auguri ad Errica, che gira sempre con la sua Alice
nel marsupio, a Nuria, che scrive rincorrendo Olivia,
e a Barbara, che è riuscita a ripartire da zero anche
se col papà della sua bambina non è andata come
sperava. Auguri ad Elisa, mia socia di sempre.
Auguri a Chammi, mamma dei suoi bambini laggiù
in Sri Lanka -e un po' "mamma" anche del poppante,
qui in Italia. Auguri a Valeria, che il suo bambino l’ha
perso e si è rimessa in discussione, con umiltà.
Auguri ad Ana, che lascerà il suo lavoro seguendo
il marito in Francia perché “è importante tenere unita
la famiglia” e a Ilaria, che ha trascinato marito e figlio
a Budapest per seguire un progetto umanitario in
cui crede parecchio.
Auguri a Federica, che la sua azienda ha preferito
liquidare perché “le mamme non fanno gli orari di cui
abbiamo bisogno in questa fase”. Auguri ad Elasti e a
Lisa, che mi hanno dato l’idea per questo blog, e alla
collega Paola, che da qualche mese ha le occhiaie
fino ai tacchi.
Auguri a Lea, che ha l’energia di una pila ricaricabile,
a Petra, che tra un pannolino e una pappa divora libri
uno dopo l'altro, e a mia suocera, cui nonostante le
distanze voglio un gran bene.
Auguri alla mia mamma, che non c’e’ più ma continua
ad esserci, sempre.
Auguri, infine, a chi passa di qui ogni giorno, perchè
un motivo ci sarà, ed auguri agli uomini che ci stanno
al fianco, probabilmente stanchi e confusi quanto noi.
Pik ha tre passioni, in tema di donne. Una è Barbara, la
rude insegnante di nuoto con le spalle da pugile. L’altra è
laRobi, maestra del nido con i modi dolci e gli occhoni da
cerbiatta. La terza è Lilo, una biondina che lo stende col
suo battito di ciglia.
Pik e Tommaso la conoscono da quando sono nati – e
da allora se la contendono, in un duello senza esclusione
di colpi. Ma la competizione sentimentale, a tre anni, è un
concetto del tutto relativo.
“Pik, stasera viene Lilo col suo papà, a mangiare da noi!”
“Sono contento. Ma però invitiamo anche Tommaso, che
a lui la pizza gli piace?”
Quel che poteva essere invito galante a lume di candela
si è trasformato in buffo ménage a trois. Ci ha guadagnato
Lilo, con due cascamorti al tavolo – invece che uno solo.

Diversi anni fa, in un angolo, c’era una single con la testa per
aria. Lavorava parecchio, viaggiava appena possibile, leggeva,
andava al cinema ed era piena di amici. Solo sentimentalmente
era una mezza rovina, perché non riusciva a scollarsi di mente
un ex fidanzato che ciclicamente tornava, facendole venire un
sacco di dubbi.
In un altro angolo, poco lontano, c’era un ragazzo capellone e
sognatore, appassionato di cinema e di foto, che girava sempre
su una scassatissima vespa blu. Lui continuava ad avere storie,
una via l’altra, ma non riusciva più ad innamorarsi. La batosta
era stata pesante, e Sofia se n’era andata.
Secondo Fabio, un amico comune, i due avrebbero proprio
dovuto conoscersi e si sarebbero piaciuti subito. Ad una cena
invitò entrambi, convinto che la scintilla sarebbe scattata, ma
rimase deluso. Al tavolo c’era troppa gente e i due finirono
per scambiare solo due parole.
Da quel giorno, però, il capellone sognatore e la single con
la testa per aria si incontrarono diverse volte, per puro caso:
al cinema dell’Arena, alla critical mass, a una festa dove si
erano imbucati entrambi … e pian piano lui si invaghì. Ma
lei non mollava e dopo un po’ lui si stufò, dirigendosi
altrove.
A quel punto, come spesso accade, fu lei a inseguirlo, a
cercare le coincidenze. Da lì i due cominciarono una buffa
storia fatta di esitazioni e paure, ma anche di speranze,
risate, progetti e passioni comuni.
A distanza di molti anni, quando B e Darrin si ritrovano
sul terrazzo di casa, la sera, dopo aver messo a letto i loro
figli e accantonato il chiasso, qualcosa ritorna. E il cammino
fatto per mano sembra fin poco, in confronto a quello che
ancora si potrebbe fare.
B non ci ha mai creduto, alle storie nate su internet.
Con un blog, poi - figurarsi. Eppure… eppure ci aveva
visto giusto, immaginando un filo colorato tra due ganzi
che qui si son trovati. Diamine si sono innamorati sul
serio, quelli, pare. Allegria!! direbbe Mike Bongiorno.
Diversi anni fa, quando gli Stevens si erano appena fidanzati,
Darrin recitava la parte dell’innamorato supergeloso e fulminava
con lo sguardo chi osava insidiare quella che poi -obtorto collo-
sarebbe diventata sua moglie.
Oggi, a distanza di molto tempo, Darrin si è quasi ammansito
ma Pik, 3 anni appena compiuti, ha preso il testimone. Armato
di coppola, lupara e scacciapensieri, il siculo tappo incalza la
madre, se solo gli capita di vederla con un uomo per più di
40 secondi.
“Mamma, con chi parlavi?”
“Con un amico tesoro”
Lui alza il sopracciglio.
“Come si chiama?”
“Marco”
“Io non lo conosco”
“Non l’hai mai visto perché vive a Parigi”
“Torna a casa in aereo?”
“Sì”
“Quando?”
“Domani”
“E’ cattivo?”
“Ma no, è bravo!”
“E’ bello?”
“L’hai visto, è carino, no?”
“E’ forte?”
“Bah, non so, si mi pare di si …”
"E allora io gli sparo"
I tappi sono snodati come serpenti. Quando s’invecchia,
invece, articolazioni e giunture arrugginiscono senza pietà.
Bisognerebbe tenerlo sempre presente, quando si è in giro.
E invece.
Oggi, ai giardini, c’era una bambina di circa otto anni che
ancheggiava sapientemente col suo hula hop. B non ha
resistito. Immaginando di fare un figurone con il figlio, si è
avvicinata e ha chiesto di provare.
Si è infilata il cerchio e Oplà – quello è andato a terra. Ha
riprovato e Oplà – franato di nuovo. Al terzo tentativo tutti i
bambini del parco, crudeli ed impietosi, ridevano di lei.
Eppure era molto brava, vent’anni fa. Sculettava che era
un piacere. Tempi andati o solo esercizio?
5 settembre 2000, primo giorno alla redazione Xxx.
B è un’allegra squinternata, reduce da cinque anni in giro
per il mondo a cercare la sua strada. Aveva provato a fare
l’assistente in università, poi la consulente, la pubblicitaria
e la dipendente di una Ong –ma nessun posto sembrava
calzarle a pennello. Dopo un po’, immancabilmente, B
si stufava e prendeva il largo.
Alle ore 9 di quella mattina, invece, seduta nel grande
open space della redazione Xxx, davanti alla sua nuova
tastiera, si era sentita stranamente a posto. Aveva una
fottutissima voglia di scrivere. Questo è il lavoro che
mi incastra, aveva pensato. Ed infatti.
Non solo l’ha incastrata il giornalismo -ma anche quella
stessa redazione Xxx: finora ci è stata talmente bene che
non si è mai sognata di cambiare – è stata lì, immobile e
beata, per otto anni, come un pachiderma.
5 maggio 2008
“Ma che ci fai ancora lì?”, le ha chiesto incredulo Gustavo,
un collega che ha cominciato con lei nel settembre 2000 e
nel frattempo è diventato inviato speciale di un quotidiano,
in un’altra città.
B non sapeva cosa rispondere.
“Mah, sto bene.. poi mi son sposata e ho avuto due figli..”
“Ho capito”, l'ha interrotta lui. “È la lucida follia che colpisce
le donne in gamba. A un certo punto, sul lavoro, si siedono,
per metter su famiglia”
“…”
“…”
“…beh, grazie per l’in gamba…”
Senti, Gustavo. Io ho lavorato come una matta, in
questi anni, altro che seduta. Mi sono fatta un grande
pajolo, pur rimanendo ferma alla redazione Xxx. Ma
forse un po’ hai ragione. Non mi sono più rimessa
in gioco, stando così a lungo nello stesso posto.
Per verità non ho neanche avuto il tempo di pensarci,
con tutto quello che mi capitava in casa.
Ora ne avrei voglia, di cercare degli stimoli nuovi.
Di fare qualche colloquio per vedere se ci sono altre strade
e dove portano. Non sarà facile, con due marmocchi piccoli
e un terzo nella testa. Però magari ci provo, eh, Gustavo.
Ore 14,00, Liguria
Una capsula blu si lancia come un proiettile sull’asfalto.
Corre, colpita dal sole che ne fa luccicare cofano e porte.
Dentro c’e’ la famiglia Stevens al completo. Il poppante si
è quasi appisolato. Pik legge il libro della Pimpa. Darrin è
concentrato al volante. B rumina rotelle di liquirizia con
l’occhio ancorato al tachimetro – sia mai che il marito
acceleri un tantino di troppo.
Ore 15, Genova-Milano
Dietro due bozzoli che russano. Davanti una zingara
con la pelle scura, i piedi scalzi e il pareo slavato che le
scivola sulla spalla. Al suo fianco un uomo le prende la
mano. “B, guarda làggiù. C’è un po di coda, ma non ti
preoccupare. Ci penso io”
Ore 15,10
Gli Stevens sono immobili sotto il sole rovente. Una lunga
fila di auto si staglia all’orizzonte, ma Darrin finge leggiadrìa
e buon umore. Discetta del più e del meno, per confondere
le acque. “Perché non abbiamo preso il treno??”, sibila B.
Ore 18,00
La capsula produce inquinamento acustico. Il poppante,
paralizzato da ore sul suo trespolo, strilla come un’aquila:
ha fame, ha sonno, ha caldo, è stufo – tutto questo insieme.
Pik, al suo fianco, urla indemoniato “quand’è che arriviamo
a casa, papàààà?”.
Darrin, non conoscendo la risposta, alza il volume dello
stereo.
canta a squarciagola Gianna Nannini. La situazione non
migliora. Anzi.
Ore 19,00
La capsula inchioda davanti ad un cancello verde. Le
portiere si spalancano. Escono quattro sacchi di patate,
di diverse dimensioni. “Tuffiamoci nella vasca da bagno
tutti insieme", propone quello coi capelli sconvolti.
“Okay!”, risponde senza esitazioni quello alto un metro,
schizzando come un missile impazzito e finalmente libero.
“Ma come in vasca? tutti insieme? staremo stretti!”, obietta
quello col pareo moscio, vagamente somigliante ad una
donna. “Nghè”, la zittisce quello che non sa camminare.
E a quattro zampe si dirige verso l’ascensore.
Alle ore
dagli zero ai 4 anni balzano sui vagoni colorati del temibile
Bruco. Cercano di acchiappare l'ambita coda che svolazza
sopra le loro teste, abilmente manovrata da un omone con
i baffi ad ombrello: sembrerebbe un semplice gioco ma
per le madri, là attorno, è una vera e propria sfida.
“Prendila, dai!”, urla una distinta signora ad un angioletto
col dito dentro al naso. Lui le fa una pernacchia e si rigira.
“Cosa fai, dormi? Su, che vinciamo!”, sbraita una bionda
ad una bimba romantica che fissa l'orizzonte. “Acc, l’hai
mancata. io ti compro un altro giro, ma stavolta stai più
attento....”, implora una terza mentre il figlio incolla un
chewing gum all’antenna del bruco-vagone.
L’ansia da prestazione altrui è una brutta bestia. Chissà se
è contagiosa.

Petra Delicado, ispettrice della polizia di Barcellona,
protagonista dei romanzi di Alicia Gimenez Bartlett, è
la donna che tutte noi, prima o poi, abbiamo recitato
con soddisfazione.
Preparata e sicura nel lavoro, insofferente rispetto ai
riti sociali e mondani, ribelle, intuitiva, competente, rude,
ironica, severa. Petra fatica a rinunciare all’indipendenza
e alle abitudini da single-perciò continua a vivere da sola,
anche a costo di arrivare a casa la sera, prepararsi una
zuppa Knorr da uno e mangiarsela in silenzio, fagiolo
dopo fagiolo.
“Petra” è una che basta darle il là e lei prende e parte,
per una nuova inchiesta o una nuova avventura. E’ una
che gli uomini li seduce e li innamora, così, in una sera
d’autunno, solo muovendo la piega della gonna. Petra
è anche sensibile, leggera, idealista, sognatrice e
“delicada” – ma solo quando le va.
Petra, prima o poi, troverà un compagno. Prima o
poi, magari, farà dei figli. Just in case, B l'aspetta al
varco.
Muteranno le tue priorità, i tuoi gusti, le tue inclinazioni.
Non sarai più una double-face, poichè la parte Delicado
prenderà drammaticamente sopravvento su quell'altra.
Tu farai le vocine “cucù ciciùp” per far ridere un poppante
e ti scioglierai come burro nel sentire un nanetto travestito
da pirata che ti chiama “la mia mamma”. Tu diventerai una
rammollita in pantaloni d’ordinanza e rigurgito sulla spalla
sinistra, e ti sentirai intrigante come un piatto di ravioli.
Tu cercherai di mantenere uno straccio di equilibrio tra
l’impenitente single che eri e tutto quello che “poi” hai scelto
di essere.Tu sarai divisa, maledettamente divisa, ma forse
più piena e più felice. Io te lo auguro, cara Petra-Delicado,
perché tu mi fai parecchia simpatia.


A domani!
Pik e Poppante
Ogni maschio alfa, prima o poi, ritiene il proprio cucciolo
grande abbastanza per entrare nel branco. L’iniziazione è
più o meno dolorosa, a seconda dei casi.
I Masai, ad esempio, usano cavare un incisivo, mentre in
Africa recidono il lobo dell’orecchio e amputano una falange
della mano. Altri ancora perforano il setto nasale o praticano
la circoncisione. Tutto considerato, dunque, a Pik è andata
di gran lusso.
Darrin, per siglare il suo passaggio all’età più adulta, l’ha solo
portato dal barbiere e tosato come una pecora.
“Mamma, il figaro di papà è molto simpatico. Mi ha messo
un mantello e ha raccolto tutte le mie ciocche in un sacchetto”,
ha raccontato col cranio a boccia.
“… figaro? ciocche?”
“Non ti preoccupare, B. Sono cerimoniali d’appartenenza tra
me, Pik e il barbiere Colangelo”, ha spiegato laconico Darrin
– e si è subito smaterializzato nell’altra stanza.
Meglio non indagar oltre, sono robe da maschi. Pfui.
All’alba di domani gli Stevens partiranno per la Liguria,
dove staranno fino a domenica tra pezzi di focaccia, trofie
al pesto e onde del mare.
“mamma andiamo in treno, vero?”
“si tesoro”
“io ho un piano”
“e cioè?”
“che quando arriviamo, se mio fratello dorme, lo lasciamo
sul treno e scendiamo solo noi. Io, la mamma e il papà. Ok?”
“mamma, tu lavori in casa?”
“no, tesoro, quando sei al nido io vado in redazione,
ma cerco di tornare prima possibile per star con voi”
“però a volte scrivi al compiùtel”
“a volte devo portarmi il lavoro a casa, tesoro”
“papà no”
“cosa - papà no?”
“papà, quando arriva a casa, non lavora”
Uno strisciante, ingiustificato senso di colpa, ieri mattina,
si è impadronito di B, e ancora non la molla. Si accettano
consigli per uscirne tutta intera, al di là di ogni ragionevole
dubbio.
Nel bilocale del mare non c’e’ televisione, non c’e’ computer
e i telefonini non prendono. Messe a letto le canaglie, sbrigate le
ultime faccende, esaurite effusioni e convenevoli, gli Stevens
si danno allora alla bisca clandestina.
Questa volta, per dare un po’ di pepe alla vittoria, i due hanno
aggiunto una scommessa: chi avesse vinto, avrebbe preso tutte
le decisioni comuni per l’intera settimana. Detto fatto.
B, grazie a fortuna, astuzia e baro, ha dato la birra al marito
ed ora, per sette giorni, può trasformarsi in monarca assoluto
di questa casa.
Dalle ore sei e trenta di stamattina dispone a destra e manca
senza dover scendere a sciapi compromessi, senza chiedere
suggerimenti nè consigli, senza incontrare tediose resistenze.
Lei delibera, sentenzia ed ordina, hic et nunc, e il marito
obbedisce a capo chino.
Siamo solo a lunedì ed è già una pacchia.