
Sono un po' fata e un po' strega.
Volo sulla mia bici magica
e lavoro in una redazione che
pullula di strani soggetti.
A casa ho due gatti
e due avanzi di galera:
Pik e Pop, di tre anni e uno
rispettivamente.
Fino a prova contraria ho
anche un marito, Darrin, e due
grandi passioni: il cinema
e Gianni Canova. Mi chiamo B.
B Stevens.
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visitato *loading* volte
Scegliere l’insegna per un bar è come dare il nome al proprio
bambino. Nel caso del loro primogenito, gli Stevens avevano le
idee piuttosto chiare -ma non coincidenti. Se lo giocarono in taxi
andando verso l’ospedale, alle 6 del mattino: pari o dispari, les
jeux sont faits.
Hanno fatto così anche Luca il tatuato e Michela, i due gestori
del bar dove B si ferma tutti i giorni con Pik, prima di lasciarlo al
nido. Ha vinto Luca, dispari: “Bar Bière”. Avesse vinto Michela,
il locale si chiamerebbe “Bar Skianto”. Deo gratias (o no?).
Oggi all’alba gli Stevens sono atterrati a Milano, di ritorno dalle vacanze.
All’ingresso del palazzo hanno ritrovato l’Angelo custode: scopava
sulle scale imprecando in napoletano, come tutti i lunedì.
Sul pianerottolo hanno incrociato il perfido signor Burns, il dirimpettaio.
“Posso passare da voi stasera?”, ha detto autoinvitandosi
nel salotto di casa Stevens, come fa spesso.
Non avevano fatto in tempo ad entrare e disfare le valigie che Darrin
è balzato di nuovo alla porta, strattonato da Pik che gli chiedeva
di giocare con gli aerei. ”Buriddu, sono le 8. Corro al lavoro
o faccio tardi”, gli ha esclamato - come ogni mattina.
B ha preso il poppante in marsupio e Pik per mano e si è diretta al nido.
Ovviamente lungo la strada si è fermata al bar di Luca il tatuato,
che li ha accolti con spremuta e brioche, parlando di calcio.
Al nido la mitica maestra Robi li ha accolti con gridolini di gaudio e tripudio.
Pik le è corso incontro abbracciandola, dimenticandosi come al solito
della madre che sulla porta aspettava il suo “bacio dell’addio”.
Poi è arrivato Tommaso e Pik si è dimenticato anche della maestra.
”Se io ti faccio vedere il mio aereo, tu mi dai il tuo castello?”,
gli ha detto come se le vacanze non ci fossero state
e loro si fossero salutati il giorno prima.
B è passata dal panettiere ed è tornata a casa.
Ha disfato le valigie e messo a dormire il poppante.
Poi si è seduta alla scrivania e ha finito l’articolo Cina-Russia
come promesso al Prof, che a 10 anni dalla tesi ancora la fa sgobbare.
Si gode gli ultimi giorni di “libertà” da mamma perché dalla prossima settimana
tornerà definitivamente in redazione, dopo sette mesi di maternità.
Rivedrà la Capa dei capi, i colleghi e le Fonti del suo lavoro.
”Chissà come sarà tutto cambiato”, si domanda.
E sorride, certa di ritrovare anche lì il suo rassicurante, affettuoso copione.
L’edicolante vicino al nido di Pik sa il fatto suo.
Ha studiato a tavolino la strategia vincente.
Invece che mettere in bella mostra i giornali, espone gadget.
Invece che attirare i lettori, blandisce i bambini.
Ai tendaggi ha appeso macchinine, palloni, torri di Pisa che si illuminano.
Sui banconi ha appoggiato carillon, bambolotti e pacchetti di Big Bubble.
Per B, la sua edicola è una vera jattura.
Lei ci passa di fianco ogni mattina in bici, con Pik seduto dietro.
”Mammaaaaaa! C'è una palla grandissima, ci fermiamo?”
”Mammaaaaaaa! La Ferrari rossa, la vojo vedere!”
”Mammaaaaaaaaaa! Guarda le luci, cos’è quella torre?”
Le prime volte, B ha provato a resistere.
Ma Pik continuava col suo fuoco di fila, ossessivo ed estenuante.
Per quieto vivere, ha cambiato tattica.
Si ferma, posteggia la bici e affida Pik all’edicolante.
Poi va a prendersi un caffè al bar vicino, da Luca il tatuato.
Torna cinque minuti dopo e trova il figlio con gli occhi luccicanti, pronto a ripartire.
Non le costa nulla, a parte un Corriere della Sera.
B legge con una certa inquietudine le notizie sul dilagare della classica influenza.
“Raffreddori, tosse, brividi, febbre, tremori e malesseri: bambini annichiliti
alle porte dell’inverno”, citava il titolo di un quotidiano odierno.
B è terrorizzata. Quando in casa Stevens entra il Morbo, non ne esce
prima di aver fatto due volte il giro di tutti i membri della famiglia.
Ha deciso che stasera preparerà a Pik un’appetitosa zuppa di Cebion e
domani chiederà a Luca il tatuato di preparare una razione doppia
di spremuta. Si porta avanti. In via preventiva e scaramantica.
Talvolta, Pik dice cose strane.
“mamma, vieno da te al lavoro che gioco con Luisa!” (e chi è Luisa??)
“tieno al Milan perché così vuole Luca” (Luca il tatuato delle spremute? Ehm…)
E ancora
“toglio le calze a mio fratello perché io ho caldo”
“lascia aprita la porta, pap-pagòre”
“leggio il libro di Peter Pan al mio Barbapapà piccolo”
“puliscio il tavolo così posso metterci le briciole”
Ogni mattina, B e Pik si fermano al bar vicino al nido per fare colazione.
Michela porge al tappo la brioche “con la magia dentro”, mentre Luca il tatuato
prepara allegro due spremute e un bicchierone d’acqua “per la donna che allatta”.
Ma questa mattina, a vedere Pik, Luca è diventato tutto rosso.
“Tappo! Cosa fai? Il traditore??? Non si va in giro con un pallone nero-azzurro.
Questo non me lo dovevi fare. Domani te ne porto io uno coi colori giusti.
Perché l’Inter prende i gol, il Milan li fa. L’Inter fa schifo mentre
il Milan vince sempre. Sem-pre. Hai capito?”, dice Luca.
Pik, di fronte a lui, ripete diligente la lezione.
Una volta usciti dal bar, B lo interroga di nuovo.
“Allora, ti è chiaro cosa ha detto Luca? Chi li fa, i gol?”
“IO”.
A due anni e mezzo, la logica è stringente.