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Sono una mezza strega,
una sbalestrata giornalista,
una mamma che ha sul gobbo
'quasiquasi' tre canaglie.
Con un colpo di reni, a volte,
balzo in sella ad una bici magica,
volo in caccia del tempo perduto,
riacciuffo le passioni di sempre:
il cinema e le esplorazioni.
Se sono troppo stanca
per uscire o fare incantesimi,
mi siedo davanti al computer
e incomincio a scrivere.
Ehm, piacere, sono B.
B Stevens...
elisandreli@libero.it
lanterna in LUI VISTO DA LEI
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BStevens in LUI VISTO DA LEI
BStevens in MA CHE FREDDO FA
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utente anonimo in LUI VISTO DA LEI
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altea e felice
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nonna di b
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visitato *loading* volte
‘O è piccola, o è in una brutta zona,
o è scomoda, o è buia, o è decrepita.
quelle che andrebbero bene costano
troppo’. La ricerca della nuova casa
è diventata un incubo, per l’amica
Dalì.
Qualche volta B alza gli occhi verso l’alto
e contempla sorridendo il tetto che protegge
la sua testa e quella dei suoi cari, rassicurante.
In quei momenti schizzerebbe su per le nuvole,
dalla sua mamma, anche per ringraziarla di
questa casa ricevuta un giorno, come
suo ultimo regalo.
grazie per avermi cambiato tanti pannolini,
quando avevo pochi mesi. grazie per avermi
insegnato a pedalare sulla bici senza le rotelle.
grazie, perché in montagna ci costruivi belle case
sopra gli alberi e ci spiegavi i nomi di tutti gli animali.
grazie perché mi hai insegnato a suonare la chitarra
e mi dicevi ‘brava’. grazie che mi interrogavi sui Sumeri,
se il giorno dopo avevo il compito in classe. e grazie che
non me ne hai fatto un cruccio, quando ho seguito strade
diverse dalle tue e non sono riuscita a prendere le redini
dell’azienda di famiglia. grazie, perché mi hai passato
i valori del lavoro, della generosità, del coraggio e
di una giusta ambizione, senza strafare.
Grazie, perchè sei stato al fianco della mamma
per tutta la sua malattia, fino in fondo, senza mollare.
e grazie di aver trovato, adesso, un equilibrio con Livia
scarpe-a-punta, indicandomi che dopo tutto, o quando
tutto pare finito, si può sempre ricominciare. Grazie,
papà, e tanti auguri di buon compleanno.
la 'tua' grande-piccola B.
Oggi compirebbe 65 anni. avrebbe i capelli corvini,
come allora, ma qualche filo bianco spunterebbe qua
e là, facendo allegria. gli occhi verdi, forse, sarebbero
un po’ più acquitrinosi, saggi e profondi, là in mezzo
alle rughe sottili che li incornicerebbero.
Il sorriso sarebbe uguale. la tosse anche, per il fumo.
lavorerebbe ancora, tantissimo, come ha sempre fatto.
con passione. un medico non smette mai di dedicarsi
agli altri.
Sarebbe la nonna di Pik&Pop, che non ha mai visto.
mia mamma, invece, lo è stata e lo sarà per sempre.
‘ma che razza di domanda è, scusami ..? “Ma no, non parlavo di ‘quei’ desideri ... dico
son quelli di tutti, cosa vuoi che dica … che
i poveri abbiano almeno da mangiare e bere,
che si riescano ad evitare conflitti planetari,
che la terra non imploda su se stessa...
robe così, generiche e tristi.
quelli tuoi intimi e personali. voglie, nostalgie,
sogni, visioni, deliri, rimpianti... cosa vorresti,
per il 2009?”
“oh”
“B … avrai pure dei sogni nel cassetto!”
“beh, si, ma ho poco tempo per pensarci”
“minus del tutto non sei. riflettici adesso”
*vorrei che mio fratello.. fosse sempre felice.
*vorrei ricominciare a emozionarmi sul lavoro.
*vorrei essere meno lunatica e più affettuosa.
*vorrei far vedere Pik e Pop a mia mamma.
*e ora basta. Gli altri me li custodisco io.
“questo puzza”
“puzza cosa, scusa?”
“tu non me la conti giusta”
“eh...? pazza, cosa farnetichi?”
“tu covi qualche torbido desiderio”
“torbido come! ma senti tu questa”
“hai sogni loschi, turpi ed immorali”
“ma zitta, voce della coscienza”
“faresti bene a raccontarmi..”
“no, niente da dire. ZUT”
Per fortuna esiste la legge 675/96, contro
i ficcanaso.
Auguri a tutti quelli che passano di qui.
Auguri di riuscire a conservare, nel 2009,
un cantuccio personale - buio, segreto e
magari trasgressivo, nel senso 'buono'
del termine.
E di non cercare sempre un posto
al sole. AUGURI !!!!!!
Da qualche tempo, la sera, dopo Scooby-Doo
e prima della nanna, Pik frequenta lezioni di ABC.
la giovanissima promessa della letteratura italiana
si siede al tavolo della sala con fogli e pennarelli e
poi, concentrato, parte col fuoco di fila dei quiz.
Chiede a sua mamma come si scrivono le lettere
dell’alfabeto e la sventurata sta al gioco. “Pik, ecco
la S, vedi? come un serpente?” “la T è un’asta con
il tavolo sopra e la O una bocca aperta, guarda”...
Ieri, dopo una seduta particolarmente impegnativa,
l’allievo in pannolino si è accasciato sul letto e, sfinito,
ha cominciato a russare. alle ore 24, un urlo belluino
ha svegliato gli Stevens.
Darrin è sobbalzato nel lettone sgranando gli occhi,
in preda al terrore, ha impugnato l’abat-jour si è subito
fiondato in camera di Pik, convinto di dover affrontare
un mostro a sei teste nell’atto di sgozzare il cadetto
di casa.
Tra le coperte ha trovato un piccoletto sudaticcio che
delirava nel sonno. “io.. ho così tante cose da imparare,
per esempio a fare la ‘G’…. e anche la ‘P’. ma bisogna
dirglielo a mamma, che non posso .. scriverne troppe.
altrimenti, io scoppio”
Scoppi?? Pik, ma dai! non dirmi che non ti divertono
da pazzi, le nostre lezioncine .... dai che ce la ridiamo
tutto il tempo! ... dai che non scoppi… dai! ma che
vai a raccontare, al papà?! scherzavi, eh...??
PS dedicato a mia mamma, che quando era piccola
e suo papà la portava in pasticceria s'ingozzava di dolci
per fargli piacere (anche se a lei i dolci facevano schifo)
“mamma, tu una mamma non ce l’hai?”
“la mia mamma? sì ce l’ho. ehm. ma è in cielo”
“ah!… e quand’è che torna e viene a salutarci?”
“non può tornare, Pik. lei ci guarda dalle nuvole”
“ma perché non scende, non ce ne ha voglia?”
“sì che ne avrebbe, tesoro! ma deve stare là”
“ma a fare cosa, tutto il giorno, a guardare?”
“certo, lei guarda sempre, col binocolo”
“come un film con noi dentro”
“come un film, sì”
“che poi, quella lei è la mia nonna”
“… ”
“io la vorrei proprio conoscere”
“…”
“invitiamola per merenda”
“…”
"insieme al nonno”
"..."
caro Pik, tu le somigli molto, alla tua nonna.
forse lei non lo saprà mai, ma io te lo racconterò,
un giorno.
Tanti auguri a tutte le “mamme -e -poi” del mondo.
Auguri alla mamma di Tommaso, che dopo tre anni
di figli non stop è volata per un week end di riposo
e follie a Copenhagen, con amici.
Auguri a Claudia, che è in ospedale a partorire,
a Daniela, che è alle prese con rigurgiti, pannolini
e notti insonni, e a Zino, che si è sposata da poco
tra i limoni di Sicilia ed ha un pancione grande
come un aerostato.
Auguri ad Errica, che gira sempre con la sua Alice
nel marsupio, a Nuria, che scrive rincorrendo Olivia,
e a Barbara, che è riuscita a ripartire da zero anche
se col papà della sua bambina non è andata come
sperava. Auguri ad Elisa, mia socia di sempre.
Auguri a Chammi, mamma dei suoi bambini laggiù
in Sri Lanka -e un po' "mamma" anche del poppante,
qui in Italia. Auguri a Valeria, che il suo bambino l’ha
perso e si è rimessa in discussione, con umiltà.
Auguri ad Ana, che lascerà il suo lavoro seguendo
il marito in Francia perché “è importante tenere unita
la famiglia” e a Ilaria, che ha trascinato marito e figlio
a Budapest per seguire un progetto umanitario in
cui crede parecchio.
Auguri a Federica, che la sua azienda ha preferito
liquidare perché “le mamme non fanno gli orari di cui
abbiamo bisogno in questa fase”. Auguri ad Elasti e a
Lisa, che mi hanno dato l’idea per questo blog, e alla
collega Paola, che da qualche mese ha le occhiaie
fino ai tacchi.
Auguri a Lea, che ha l’energia di una pila ricaricabile,
a Petra, che tra un pannolino e una pappa divora libri
uno dopo l'altro, e a mia suocera, cui nonostante le
distanze voglio un gran bene.
Auguri alla mia mamma, che non c’e’ più ma continua
ad esserci, sempre.
Auguri, infine, a chi passa di qui ogni giorno, perchè
un motivo ci sarà, ed auguri agli uomini che ci stanno
al fianco, probabilmente stanchi e confusi quanto noi.
Le storie per bambini sono sempre lacrimevoli. Fino all’happy
end finale si rimane con il fiato sospeso e il magone in agguato.
Prima B piangeva come una fontana ogni volta che guardava
Pollicino o Hansel&Gretel - poi, a furia di esercizio, ha
imparato a darsi un po’ di contegno.
Ma c’è ancora un cartone che la sbalèstra.
E’ quello in cui, ad un certo punto, un cucciolo - cui è morto
il papà -si specchia nel lago. Da dietro compare un babbuino,
che gli parla accarezzandogli la testa.
“Il Re Leone non è morto, piccolo, non piangere. Vedi come
gli somigli? Lui rivive ogni volta che tu ti guardi nell’acqua”, dice.
A questa semplice frase, B si ritrova zuppa di lucciconi.
Sarà vissuto. Sarà mancanza. Sarà paura. Sarà che tutti noi,
un po’, siamo animali nelle Terre del Branco: abbiamo bisogno
dei nostri genitori, o almeno della loro ombra.
Quando si perde qualcuno all’improvviso, il rimorso più grande
è il non-detto. Sono le parole che rimangono lì, in gola, e che non
si è avuto il tempo di pronunciare.
Quando si perde qualcuno lentamente, invece, il dolore è strisciante
e sottile. Bisogna trovare il coraggio di vuotare il sacco, tirare fuori tutto.
Non ci sono scuse per non farlo. Alla fine rimangono l’urlo, il dolore,
lo spasmo: ma non il rimpianto.
Mia mamma è morta di tumore al polmone. Ha cominciato a star male
alle porte dell’estate, otto anni fa, e se ne è andata a febbraio. Gli ultimi
due mesi li ha passati sul letto d’ospedale, immobile, e da lì continuava
a scrutare il mondo, a sorridere e rimbrottare. A mettere a posto le
ultime cose.
Io andavo a trovarla ogni giorno, dopo il lavoro, e stavo lì, con mio
papà, fino a tarda sera. Abbiamo parlato tanto. Tantissimo. D’istinto
ho raschiato il fondo del barile. Le ho detto tutto.
Le ho chiesto, soprattutto, se eravamo mai riusciti a farla del tutto felice.
Quello che mi rimane, ora, è il suo regalo più grande. Un suo messaggio
sul telefonino che ho salvato in mille file diversi, sul pc, e conservato
negli anni. Dice così:
“Grazie bambina bellissima per l’affetto e le risate che mi fai fare.
Per quanto assurdo possa sembrare, mi pare di essere nel momento
più bello della mia”.
L’ultima parola era “vita”, ma non ha fatto in tempo a scriverla.
Dedicato anche ad Expecting - che ho visto in carne ed ossa solo cinque
minuti ma che ancora una volta, per qualche imperscrutabile affinità emotiva,
mi ha commosso e fatto tornare a galla preziosi ricordi con un suo post
(“Lo zucchero filato”, venerdì 4 aprile).
In psicoanalisi i pazienti parlano a ruota libera.
L'analista, invece, interviene troppo poco.
B pensava questo, a dieci anni.
Sua mamma aveva lo studio medico in fondo alla casa e
i pazienti entravano dalla porta secondaria, senza farsi vedere.
Di solito, quando suonavano al citofono, B era in sala a fare i compiti.
La mamma salutava e andava di là, mentre lei restava china sui quaderni.
Resisteva qualche minuto. Poi avvicinava l’orecchio contro il muro e
rimaneva così, attenta e immobile, per tutta la seduta.
Ascoltava storie e immaginava.
I pazienti di sua mamma non li conosceva per volto nè per nome,
ma per racconto sì. Piano piano ci si era affezionata.
Ora vorrebbe dirglielo, a sua mamma, che da dietro l’ascoltava sempre.
Lei si arrabbierebbe di sicuro, penserebbe “ignobile!”, ma capirebbe al volo.
I riti entrano nella vita delle coppie come i piedi nelle calze.
Ma i genitori di B erano dei veri maniaci, se si parla
di private consuetudini à deux.
C'era quella delle parole incrociate dopo il caffé.
Quella dei libri letti e subito raccontati.
Quella del cinema al giovedi' sera.
Quella delle canzoni di Bennato durante i viaggi in auto.
Quella della domenica: le lasagne, cucinate a quattro mani.
Quella delle storie sui reciproci lavori, la sera prima di dormire...
Forse il loro era un gioco, forse un trucco o una magia:
ma sono stati insieme tantissimi anni, complici ed stregati,
senza stufarsi mai. Anche merito di quei piccoli, innocui chiodi fissi?
Mia nonna, a modo suo, scriveva un blog.
“Cose di casa nostra”, l’aveva intitolato.
Lo vergava a mano, pezzo per pezzo, giorno per giorno.
Poi distribuiva le sue storie ai membri della famiglia, che commentavano a voce.
Quando mia nonna era molto vecchia, mia mamma e suo fratello, lo zio nobiluomo,
hanno trascritto a macchina molti di quei racconti. Hanno aggiunto alcune foto
e hanno raccolto le memorie, stampando un libro in 12 copie.
Oggi, che non ci sono più né mia mamma né mia nonna, a me quel libro rimane.
Leggo della vita a inizio secolo. Leggo dei miei antenati.
Leggo di mia mamma quando era bambina.
Leggo e conservo.
Leggo e scrivo, anche.
Forse, continuo la tradizione.
Mia mamma aveva due grandi occhi verdi.
Sapeva ascoltare. Lo faceva per professione, e anche per piacere.
Mia mamma metteva a proprio agio le persone, proprio tutte.
Mia mamma si sentiva sola ma non lo era mai.
Curava gli altri e non sapeva prendersi cura di sè.
Mia mamma mi piaceva, e le vorrei assomigliare.