
Sono un po' fata e un po' strega.
Volo sulla mia bici magica
e lavoro in una redazione che
pullula di strani soggetti.
A casa ho due gatti
e due avanzi di galera:
Pik e Pop, di tre anni e uno
rispettivamente.
Fino a prova contraria ho
anche un marito, Darrin, e due
grandi passioni: il cinema
e Gianni Canova. Mi chiamo B.
B Stevens.
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visitato *loading* volte
Prima di diventare giornalista, B fu un sacco di cose.
Fu sguattera del professor Salute, esimio docente di economia dei
Paesi emergenti. In università era utilizzata come poggiapiedi,
correttrice di bozze e jolly per le esercitazioni di studentelli
scalcagnati poco più giovani di lei. Resistette sei mesi.
Poi fu addetta alla “programmazione e controllo” della DHL, il gruppo
di spedizioni. Ogni giorno fendeva la nebbia del naviglio con l’auto
ed arrivava alla sua scrivania - nel centro esatto del corridoio.
Verso le dieci, B era sommersa da bolle e orride fatture di
soporifera interpretazione. Resistette due mesi tondi.
Completamente allo sbando, a quel punto, provò col tirocinio all’estero.
La prese una società di ristorazione di Parigi che le affidò la stesura
di immensi tabelloni exel 800*800 (quadranti) con le variabili più
assurde: dal costo dei peperoni alla velocità dei camerieri.
Quando lo stage finì l’unico rimpianto fu Damien, il suo compagno
di stanza, che aveva occhi profondi come quelli di un pozzo
e il sorriso più bello mai visto sulla faccia del pianeta.
Da Parigi passò a Londra, dove –per una botta di chiùlo- si infilò
nel folle mondo delle agenzie di pubblicità. Lì esistono due categorie,
rigorosamente separate: i creativi, quelli fighi insomma, il cui
unico compito è farsi venire le idee - e poi tutti gli altri.
B passava la giornata a correre dall’oscuro primo piano, dove risiedeva lei,
all’ultimo, dove stavano “loro”, i fighi. <Copy writer, scusami tanto, hai avuto
l’ispirazione?>, chiedeva speranzosa. Quasi sempre incassava lunatici
dinieghi in inglese: quindi si scapicollava dal Cliente rompicojoni che
protestava per i ritardi -e tornava a bomba dal semidio, cercando
di sensibilizzarlo all’urgenza di uno straccio di slogan. Detto
in soldoni, B lavorava come cinghia di trasmissione. La
pubblicità non faceva per lei, questo era evidente.
Tornata a Milano iniziò a sbattere la testa contro il muro. Un’amica,
impietosita da tanto scoramento, le disse che la redazione Xxx cercava
praticanti giornalisti. B si presentò al colloquio fingendo sicumèra e
convinzione. Pensava che sarebbe stata l’ennesima esperienza
lampo, ma sette anni dopo è ancora qui, con un lavoro che
tutto sommato le piace parecchio.
Cosa diavolo sarebbe stato di lei se non avesse fatto la dummy
un po’ in giro, si chiede talvolta? Forse sarebbe ancora
a stringere i denti col professor Salute o alla Dhl…
Oggi all’alba gli Stevens sono atterrati a Milano, di ritorno dalle vacanze.
All’ingresso del palazzo hanno ritrovato l’Angelo custode: scopava
sulle scale imprecando in napoletano, come tutti i lunedì.
Sul pianerottolo hanno incrociato il perfido signor Burns, il dirimpettaio.
“Posso passare da voi stasera?”, ha detto autoinvitandosi
nel salotto di casa Stevens, come fa spesso.
Non avevano fatto in tempo ad entrare e disfare le valigie che Darrin
è balzato di nuovo alla porta, strattonato da Pik che gli chiedeva
di giocare con gli aerei. ”Buriddu, sono le 8. Corro al lavoro
o faccio tardi”, gli ha esclamato - come ogni mattina.
B ha preso il poppante in marsupio e Pik per mano e si è diretta al nido.
Ovviamente lungo la strada si è fermata al bar di Luca il tatuato,
che li ha accolti con spremuta e brioche, parlando di calcio.
Al nido la mitica maestra Robi li ha accolti con gridolini di gaudio e tripudio.
Pik le è corso incontro abbracciandola, dimenticandosi come al solito
della madre che sulla porta aspettava il suo “bacio dell’addio”.
Poi è arrivato Tommaso e Pik si è dimenticato anche della maestra.
”Se io ti faccio vedere il mio aereo, tu mi dai il tuo castello?”,
gli ha detto come se le vacanze non ci fossero state
e loro si fossero salutati il giorno prima.
B è passata dal panettiere ed è tornata a casa.
Ha disfato le valigie e messo a dormire il poppante.
Poi si è seduta alla scrivania e ha finito l’articolo Cina-Russia
come promesso al Prof, che a 10 anni dalla tesi ancora la fa sgobbare.
Si gode gli ultimi giorni di “libertà” da mamma perché dalla prossima settimana
tornerà definitivamente in redazione, dopo sette mesi di maternità.
Rivedrà la Capa dei capi, i colleghi e le Fonti del suo lavoro.
”Chissà come sarà tutto cambiato”, si domanda.
E sorride, certa di ritrovare anche lì il suo rassicurante, affettuoso copione.
“Ehi B, ciao! So che ora la tua vita è doppiamente incasinata, ma potresti aiutarmi nella stesura di una piccola dispensa su Cina e Russia?”, chiede per telefono il professore della tesi. ”In fondo, non hai ancora ricominciato a pieno regime col lavoro”.
Sono passati più di dieci anni dalla laurea, ma B fatica ancora a dire di no a quest’uomo coi capelli bianchi e tanto sapere in testa.
”Guardi prof, la mia vita è un delirio in questo momento, non so proprio come potrei cavare il tempo necessario per aiutarla in modo decoroso…”.
”Benissimo B. Questo era un sì, vero? Ci metterai poco tempo, vedrai”
”Beh…”
”Ottimo. Ci vediamo domani in pausa pranzo”.
”….”
”Oh, grazie infinite B”.
L’ultima volta, B aveva corretto 72 pagine di bozze.
Per la gloria, s’intende…